Set 07 2007
I pionieri della Fotografia
Se intendiamo parlare di una immagine durevole prodotta con l’azione diretta della luce, si può affermare che chi fece la prima vera fotografia fu Joseph Nicéphore Niepce, il quale dopo dieci anni di esperimenti riuscì nel 1822 a ottenere una veduta dalla finestra del suo attico a Chalon-sur-Saòne.
Questo inventore della Borgogna, che viveva appartato, si era da un decennio circa interessato alla produzione di immagini ottenute con l’azione della luce su materiali sensibili dopo aver iniziato a lavorare in litografia.
I suoi primi tentativi consistevano in deboli negativi ottenuti su carta trattata con cloruro d’argento e scarsamente fissati con acido nitrico; poi, nel 1826, adottò una vernice bituminosa (bitume di Giudea) su vetro con una miscela di oli per fissare l’immagine.
Fu con quest’ultimo procedimento che ritrasse dei fabbricati dalla sua stanza, con una posa di 8 ore. Questo procedimento non era però adatto alla normale fotografia, e per giungere alla grande scoperta fu necessario attendere un personaggio molto più mondano: Louis Daguerre.
Questo avvenne nel 1835 allorché Daguerre per puro caso mise da parte in un armadio una lamina d’argento iodurato impressionata, ma che non mostrava segni di un’immagine. Quando riaprì l’armadio si accorse che la lastra presentava un’immagine sviluppata.
Da questo episodio si formò la favola che il misterioso agente di sviluppo (vapori di mercurio) fosse sfuggito da un termometro che si era rotto; è invece più probabile che Daguerre fosse andato per eliminazione per trovare l’elemento in questione. Con l’anno 1837 aveva oramai normalizzato il procedimento che prevedeva l’uso di lastre di rame argentate, rivestite di iodio sublimato, e lo sviluppo dell’immagine latente disponendo la lastra sopra del mercurio riscaldato; l’immagine veniva resa durevole solo con il lavaggio in una soluzione calda di sale da cucina. Nell’agosto del 1839 egli vendette la sua invenzione, il dagherrotipo, al governo francese che gli garantì una pensione annua di 6000 franchi vita natural durante.
Anche se i primi dagherrotipi non erano buoni (l’immagine era invertita da sinistra a destra, il contrasto scarso e la durata dell’esposizione di 15-30 minuti), i progressi successivi furono rapidi: la sensibilità delle lastre venne aumentata adoperando bromuro d’argento, l’aggiunta di prismi all’obiettivo permise di raddrizzare l’immagine, infine l’introduzione di oro nel procedimento di fissaggio conferì al metallo quel tono violaceo intenso che diventò famoso.
Ma la maggiore innovazione fu applicata dal matematico ungherese Joseph Petzval che nel 1840, a Vienna, fabbricò un nuovo obiettivo (acromatico). Con un diaframma di f/3,7, risultava 30 volte più rapido dell’obiettivo Chevalier, sicché si poté ridurre in modo drastico i tempi di esposizione determinando la rapida diffusione del dagherrotipo, anzi della fotografia, In termini pratici, però, si trattava di un’invenzione sbaglia ta, visto che poteva fornire un unico positivo, cioè una sola immagine.
Sebbene l’introduzione dei dagherrotipi sia state abilmente orchestrata e con essa la nascita della fotografia fu l’inglese Fox Talbot ad inventare il primo procediment( per ottenere con facilità dalla lastra originale un numerI qualsiasi di copie. “È motivo di gioia poter essere il primo i superare una montagna” scrisse nell’introduzione a The pencil of nature, che documentava il suo contributo.
