Archivio Autore
Freddo, pioggia, si e’ vero.
E’ altrettanto vero pero’ che questa stagione offre colori unici atmosfere ovattate e fantastiche.
Meglio quindi uscire e portare a casa qualche scatto indimenticabile.
- Posted using BlogPress from my iPhone
Caro Marcello,
vorrei proporti anch’io un concorso fotografico, promosso a Genova da La Bottega Solidale, cooperativa di commercio equo e solidale.
Il tema del concorso è “Vicino e lontano”, Ingredienti e storie dal mercato al piatto: l’abbinamento possibile e gustoso tra cibi, ingredienti e tradizioni vicine e lontane da noi.
Obbiettivo: trasmettere il messaggio della ricchezza delle relazioni tra il qui e l’altrove, attraverso l’associazione di immagini che rappresentino l’interazione tra un elemento identitario proprio del territorio ligure, nato dalla storia locale, ed un elemento di diversità, novità, frutto dell’incontro con culture, sapori, colori ed odori insoliti.
I vincitori riceveranno in omaggio un buono acquisti da spendere presso una Bottega del commercio equo e contribuiranno alla composizione del calendario 2011 Vicino e lontano.
Per partecipare, si deve inviare entro il 15 novembre 2010 le fotografie in formato jpg su supporto cd o dvd e il modulo di partecipazione che si trova su http://www.bottegasolidale.it a La Bottega Solidale, Genova.
Ti ringrazio se vorrai pubblicarlo e partecipare!
Micol Arena
La Bottega Solidale
Buongiorno,
parlando di concorsi fotografici vi segnalo anche questo:
Prima Edizione del Concorso Internazionale di fotografia
“Emozioni in viaggio – Sgoogy.com”
Sgoogy.com ha dato il via ad un nuovo Contest, che darà l’opportunità a fotografi professionisti, appassionati di fotografia e gente comune, di mettersi alla prova su un tema ricco di spunti creativi: Emozioni in Viaggio.
L’idea nasce come strumento per creare, attraverso il ritratto di colori, profumi e sensazioni, un legame tra il viaggiatore e Sgoogy.com, un portale specializzato nella ricerca di hotel in Italia e all’estero, che offre all’utente una consultazione semplice ed intuitiva. Nato in partnership con Venere.it, già conosciuto da molti per l’ infinità di proposte e per la facilità con cui è possibile prenotare dalle 5 stelle ai B&B alle semplici pensioni, Sgoogy.com si propone di ampliare l’offerta affiliando una moltitudine di nuove strutture.
Partecipare al Concorso è semplice e completamente gratuito! Infatti, dal 4 ottobre 2010 al 5 giugno 2011 le foto si potranno pubblicare online sul sito http://www.sgoogy.com dove, effettuando la registrazione nella sezione dedicata al Concorso fotografico, sarà possibile caricare un massimo di 3 fotografie.
La selezione della foto vincitrice, che assegnerà all’autore un Apple Ipad 16GB Wi-Fi, sarà effettuata dai visitatori del portale Sgoogy.com che, previa registrazione, collegandosi alla paginahttp://www.sgoogy.com/concorso_fotografico.asp , potranno esprimere il loro voto.
Regolamento e informazioni sul sito http://www.sgoogy.com.
Buon viaggio e buoni scatti a tutti!!!
Grazie ![]()
Non sono molto d’accordo con questo termine, fotografia industrialemi suggerisce l’immagine di una fabbrica che sforna fotografie, niente di più lontano da come intendo io il mestiere del fotografo.
La fotografia dovrebbe possedere sempre un fondo artistico, il termine industriale la rende decisamente un qualcosa di "meccanico" e "tecnico" cosa che in realtà non è.
Per fotografia industriale si intende di solito quella tipologia di immagini che vengono realizzate come supporto alle aziende, si tratti di realizzare scatti per un catalogo oppure semplici stampe da fornire ai venditori ed ai clienti.
Con questo non voglio dire che si tratti di una branca minore o povera della fotografia, in realtà anche nella fotografia industriale è necessario un buon fotografo, un buon occhio ed un’ottima tecnica.
Spesso ci si può trovare di fronte a sfide davvero interessanti, come quella di rendere bello un capannone di 30 anni che bello non si può davvero definire, oppure di far risaltare le raffinatezze di un processo di lavorazione.
Chi si occupa di fotografia industriale sa benissimo che si potrebbe trovare di fronte qualsiasi cosa, dall’oggettistica piena di colore e sfumature che offre comunque tantissime chiavi di interpretazione alla pura foto di un pezzo meccanico che di artistico ha davvero poco.
Sta alla sensibilità del fotografo riuscire a cogliere l’aspetto estetico ed emozionale rispettando lo scopo primario dell’immagine: l’illustrazione. A volte può essere frustrante, a volte invece possono uscire delle immagini davvero eccellenti che riescono a combinare perfettamente l’estetica con la tecnica.
La parola floating in italiano si traduce come progetto a “lenti flottanti”. Segnala che è stata usata una soluzione intelligente. Difatti vuole indicare che lo schema ottico dell’obiettivo è stato sviluppato in maniera tale da potere essere variabile, per la posizione delle lenti, a seconda della distanza a cui è stato focheggiato l’obiettivo.
Brevemente: non è detto che un’ottica grandangolare, nitidissima in una ripresa ad enorme distanza, conservi la sua qualità se la si utilizza a distanza ravvicinata. Per avere una ottima resa ottica anche in una inquadratura “grandangolare macro”, per esempio, c’è bisogno che l’ottica sia progettato in maniera tale da modificare la posizione reciproca delle lenti se si inquadra un oggetto distante pochissimi centimetri. La soluzione a lenti flottanti è adesso utilizzata su moltissime ottiche moderne.
In alcuni casi, nei riferimenti alla risoluzione, può capitarvi di trovare i pixel per inch (PPI) espressi, sbagliando, come dots per inch ( DPI) ovverossia punti per pollice, in qualche manuale, rivista o libro.
Laddove il primo termine fa riferimento specificatamente alle misure in pixel dell’immagine, il secondo è la misura di quanti punti di inchiostro la stampante pone in un pollice.
Il sensore di una macchina fotografica digitale svolge la medesima attività di una pellicola nella fotocamera tradizionale. Il sensore è posizionato esattamente dove l’obiettivo dell’apparecchio mette a fuoco il soggetto oppure la scena ed è precisamente in quella posizione che l’immagine viene inizialmente” catturata” prima di essere elaborata in informazioni digitali e affidata alla scheda della macchina fotografica per essere memorizzata per un periodo più lungo.
Anatomia del sensore
L’ area del sensore è ricoperta da una griglia di milioni di microscopici apparecchi chiamati “.photosite” ciascuno dei quali rappresenta un pixel dell’ immagine catturata. Nel momento in cui le case produttrici parlano di fotocamera 8MP, il sensore dell’apparecchio ha approssimativamente 8 milioni di photosite.
Uno dei componenti essenziali del photosite è il fotodiodo, che trasforma la luce in una carica elettrica; quindi maggiore sarà la luce, più forte sarà la ca- rica. l’apparato dei photosite registra i diversi livelli di luminosità e li converte in altrettante cariche elettriche. Esse vengono in seguito amplificate ed inviate ad un convertitore analogico/digitale, dove la carica sarà elaborata in dati digitali.
Ogni fotocamera reflex digitale è dotata di uno schermo istantaneo e luminoso. Questo perchè la luce dalla scenografia passa attraverso l’ottica grazie a uno specchio a 45° e successivamente attraversando un prisma esce dal mirino. Grazie a questa configurazione di specchi e prismi, il mirino vede proprio quello a cui verrà esposto il sensore, non appena il tasto di scatto dell’ otturatore sarà premuto per scattare la fotografia. Questo permette un’inquadratura più accurata ed una composizione più semplice, specialmente in condizioni di poca luce, laddove i mirini elettronici hanno difficoltà a comunicare una scena buia e risentono per di più di un lieve ritardo.
LA VISTA DELLA REFLEX
Il termine SRL sta per” Reflex monobiettivo” e Allude al mirino della reflex, assieme al suo meccanismo di specchio e prisma che vi consente di guardare attraverso l’ottica per scattare le vostre immagini. Sostanzialmente, ciò sta a significare che quello che vedete nel mirino è quanto realmente avrete con la foto finale.
Una lente ottica è capace di deviare il raggio di luce che la percorre in misura più grande o più piccola, in base all’ ‘indice di rifrazione del suo vetro ovvero pure della curvatura della lente medesima. Di solito la superficie dell ottica è realizzata come porzione di una sfera. Questo tuttavia crea un contrattempo: i raggi che la attraversano ai bordi percorrono un cammino più lungo, per arrivare sulla pellicola o sul sensore, in confronto a quelli che passano dal centro. Questo dà origine all’aberrazione sferica che i progettisti cercano di rettificare ricorrendo ad altre lenti con differenti specifiche ma tuttavia complicando la progettazione dell’obiettivo. C’è una soluzione più raffinata, anche se tecnologicamente non semplice da attuare. È quella di lavorare l’ ottica secondo una superficie asferica, cioè con curvatura variabile punto per punto.
Non è una tecnologia produttiva basilare: la mola di politura che profila l’ ottica deve essere controllata da computer, o la lente va scaldata e in seguito presagomata attraverso una “forma” asferica opportunamente realizzata ad altissima precisione, se no si inietta fra vetro della lente e sagoma asferica una resina plastica con adeguato indice di rifrazione, affinché si depositi come strato correttivo. Qui la lente sarà sferica e l’adesione tra strato in resina e vetro dovrà essere perfetta. L’attuale espansione di soluzioni asferiche ha consentito di abbassare il numero di lenti in numerosi obiettivi zoom ed è alla base dello sviluppo di numerose fotocamere compatte.
Un grado più in alto nella scala della fotografia in confronto ai telefoni cellulari con fotocamera, si mette una ampia gamma di macchine fotografiche digitali compatte attualmente sul mercato. Queste possono variare dai modelli economici, di base, sino alle “super” compatte, colme di funzioni, fortemente specializzate e di conseguenza costose. le compatte più semplici normalmente possiedono uno zoom ottico 3x e molto spesso non possiedono un mirino separato o una selezione per la messa a fuoco manuale. Permettono determinate modalità di scatto ,”standard” come la “sport”, “paesaggio” e “ritratto”.
In ogni caso, anche utilizzata da colui che non possiede in pratica nessuna esperienza, la maggior parte degli apparecchi “inqua dra e scatta” possono realizzare foto delle vacanze che potrebbero essere stampate fino al formato cartolina. All’altra estremità della gamma, esistono fotocamere compatte che hanno sensori da 12MP, zoom ottici 15x, una ampia disponibilità di modalità di scatto, l’override manuale, scatti in serie (che permettono di riprendere dalle tre alle cinque immagini al secondo), lo stabilizzatore d’immagine e così via. Adoperate in maniera appropriata, gueste supercompatte possono fare fotografie all’ altezza di quelle delle Reflex digitali.
Considerato che la risoluzione standard del video di un computer può essere o di 72ppi (Windows) o di 96ppi (Machintosh) le fotografie della macchina fotografica digitale che vanno visualizzate a video potrebbero essere impostate a una risoluzione di 72ppi o a 96ppi (molto basse per la stampa), apparendo pur sempre come foto con toni continui, quando sono visualizzate su un monitor.
Per quello che concerne le misure dell’immagine, ne deriva che con una risoluzione del monitor impostata a 800 x 600 pixel, l’immagine della fotocamera dovrà essere soltanto di 800 x 600 pixel per adattarsi completamente allo schermo.
Badate bene, questo vale solo e soltanto se intendete utilizzare le immagini che state realizzando per ottenere prodotti diversi dalla stampa. Niente e nessuno potrà mai aumentare le dimensioni di un’immagine piccola, mentre sarà sempre possibile diminuire quelle di una grande.
Per questo motivo io preferisco sempre realizzare le mie foto a risoluzioni relativamente elevate, lasciando poi la scelta delle dimensioni definitive in post-produzione. Non si sa mai che fine debba fare in futuro un immagine, per questo motivo preferisco archiviare le immagini ad una risoluzione adeguata anche per una futura stampa.
Un set semplice che consente di utilizzare i chiaro-scuro per dare profondità all’immagine e restituire l’oggetto in modo plastico.
Attraverso la sua riproduzione bidimensionale, la fotografia è più vicina alla pittura che non alla osservazione della realtà , come la osserviamo ogni giorno. Noi difatti possediamo una percezione tridimensionale della realtà , dato che i due occhi ci consentono di compiere una duplice “scansione” della medesima immagine, da due punti leggermente diversi. Grazie a tali dati, il nostro cervello ricompone la scena in tre dimensioni, anche quando l’illuminazione è piatta.
La fotografia invece, visto che sarà immagazzinata su un supporto a due sole dimensioni, necessita di una’ attenta illuminazione in grado di regalare volume al soggetto o, se preferiamo, di generare dei chiaro-scuro decisamente necessari alla simulazione della terza dimensione.
Per capire meglio la questione possiamo paragonare la foto di una faccia a quella di un cilindro; in questo modo è più semplice comprendere che, se desideriamo renderlo in maniera diversa dall’immagine piatta di un rettangolo, dovremo illuminarlo con una luce sfumata.
Un volto, o un oggetto, hanno generalmente l’assoluto bisogno di zone d’ombra per una loro giusta rappresentazione, diversamente il risultato è piatto. Esistono però situazioni nelle quali è esattamente questo quello che il fotografo desidera raggiungere, ed è per esempio il caso della fotografia di Beauty, nella quale si cerca una interpretazione essenziale dei tratti del volto e del make-up impiegato.
Volendo comporre un gioco di luci ed ombre per dare tridimensionalità al soggetto è necessario prestare notevole attenzione anche all’ estensione della latitudine di posa della pellicola. Se per esempio illuminiamo un volto da una parte, ma lasciamo completamente in ombra la zona opposta, quest’ultima sulla pellicola risulterà del tutto oscuro e sottoesposto, privo cioè della benché minima indicazione.
Ogni film possiede una sua latitudine di posa; quella delle pellicole negative, B/N e colore, è ben più vasta di quella delle diapositive. Una differenza poi esiste fra le pellicole a bassa sensibilità che,con un contrasto complessivo più forte, dispongono di una inferiore latitudine di posa, e le pellicole caratterizzate da una maggiore sensibilità . Appunto per utilizzare la loro maggiore latitudine di posa, molti fotografi di moda usano le macchine fotografiche digitali per le loro riprese; il risultato è un’immagine più morbida. Se poi è necessario incrementare il contrasto è sufficente rivolgersi ad un software di fotoritocco.
Alcuni fotografi ancora oggi invece preferiscono riprendere con la pellicola perchè, dal punto di vista didattico, è più formativa; inoltre ritengono che sia migliore nella resa dell’incarnato, nella abilità di definire il dettaglio e specialmente tenga meglio nel controluce, io sono d’accordo solo per la parte “didattica”, il non vedere il risultato on-the-fly ed il dover essere precisi aiuta molto chi sta imparando a fotografare, tanto è vero che nei corsi fotografici che tengo la prima cosa che faccio è cosegnare una fotocamera con pellicola per valutare il livello degli allievi, solamente in seguito possono cominciare ad usare le loro apparecchiature digitali, con la consapevolezza di sapere bene quello che stanno facendo.
Impiegando una diapositiva da 100 ISO, generalmente la pellicola non assorbe più di due o tre stop di differenza tra le aree chiare e quelle scure. Al di là tali valori, sull’immagine incominciano ad apparire zone di sovra o sotto esposizione, e quindi senza particolari. L’analisi della luce di un set deve essere pertanto fatta tutte le volte con un esposimetro, meglio se provvisto di analisi della luce incidente per apprezzare fedelmente sul soggetto la caduta di luce delle zone in ombra nei confronti di quelle illuminate.
Il set
Faccio l’esempio di un set che dispone di due fonti d’illuminazione: un ampio bank messo di fianco rispetto al soggetto, e un’altra fonte di luce costituita da un ombrello bianco in posizione alta e più frontale relativamente a quella del bank. La luce dell’ombrello ha scopo di riempimento e di compensazione del contrasto dell’immagine.
Il bank ai lati difatti, se da una parte crea un effetto di tridimensionalità del soggetto, d’altra parte genera un illuminazione di forti contrasti. L’ombrello viceversa, consente di abbassare il contrasto generale e di illuminare il lato in ombra del soggetto, pur conservando il gioco di chiaro-scuro.
Fra la zona più illuminata e quella meno illuminata abbiamo una caduta di luce intorno a due diaframmi, una differenza che tuttavia diminuisce dato che s effettueremo una sovraesposizione complessiva di circa uno stop rispetto al dato indicato dall’ esposimetro. Ragione di questa decisione è l’intenzione di restituire in maniera più dolce la carnagione del soggetto, che diversamente risulterebbe troppo densa, con i difetti in risalto.
Questo schema di luce determina una illuminazione più forte sulla zona del soggetto esposta alla luce principale (bank), con un calo progressivo sul lato meno illuminato. Il fondo non sarà precisamente bianco, ma debolmente grigiastro, per l’ inevitabile calo di luce.
E’ quindi un set alquanto conveniente e pratico, particolarmente se si dispone di poche luci o di una sala di posa non tanto ampia.
Si potrebbero applicare anche delle piccole varianti impiegando per esempio dei pannelli neri o bianchi posizionati sul lato opposto delle luci. Se si adoperano dei pannelli bianchi la schiarita della zona non illuminata evidentemente sarà maggiore. L’inclinazione del viso, la postura del corpo e la distanza del soggetto dalle luci sono altre varianti, che tuttavia devono essere sperimentate misurando accuratamente l’esposizione. Se per esempio iI soggetto si avvicina al bank la sovraesposizione del lato illuminato della figura sale e comprensibilmente diventa più scura la zona non illuminata; quindi dovremo regolare l’ apertura del diaframma del nostro obiettivo per evitare la sovraesposizione.
Il contrasto di una immagine è ridotto dalla diffusione di raggi di luce sulla superficie delle lenti. Le vie per combattere questo fenomeno sono due: agevolare la trasmjssione di luce attraverso le lenti medesime, cosa che viene attuata perfezionando gli strati antiriflesso depositati sulle lenti (multicoating), oppure provare a impedire ai raggi di luce di arrivare alle lenti. Questo secondo intento viene conseguito verniciando in nero, magari in vellutino nero, la parte interna del corpo ottica, oppure addirittura montando un adeguato diaframma molto “aperto”, in sostanza una corona frangiluce denominata “flare cutter”, in posizione opportuna fra le lenti. È una risoluzione, quest’ultima, alquanto drastica ma in alcuni casi applicata particolarmente su obiettivi ad elevata luminosità.
Forse è arduo affermare che la rivoluzione accaduta nell’obiettivo sia come quella accaduta per il corpo macchina, ciononostante sono stati spesi molti soldi per lo sviluppo della sua tecnologia.
Alla fine del secolo scorso, se taluno avesse affermato di poter fabbricare un ottica che copriva un estensione di zoom da 28-300mm, che pesava meno di 500g, che produceva risultati discreti con tutta la sua portata di lunghezza focale ed aveva la capacità di mettere a fuoco per di più entro 0.5m, nessuno lo avrebbe preso sul serio.
Eppure questi obiettivi ci sono. Gli obiettivi moderni risultano più leggeri, più nitidi, mettono a fuoco più velocemente e tendono di meno a generare la luce parassita di quanto non accadesse in passato. Se ci si somma il fatto che numerosi adesso dispongono di sistemi di stabilizzazione d’immagine (o riduzione di vibrazione) che permettono di tenere una macchina fotografica in mano impiegando tempi di posa bassi sino ad 1/15 sec, continuando ad avere fotografie nitide, si potrebbe serenamente asserire che i fotografi non hanno mai avuto vita talmente semplice.
Ineluttabilmente, questa tecnologia costa cara. Esistono obiettivi sul mercato attualmente che costano quanto una macchina fotografica compatta una stampante, un computer e tutto il software necessario per manipolare le fotografie messe assieme.
Le fotocamere compatte hanno evidentemente dei notevoli pregi in termini di semplicità d’uso e di praticità tuttavia hanno alcuni aspetti negativi, non correlati al costo dell’apparecchio. Il primo della lista è certamente l’eterno problema del rumore. Non si sfugge al fatto che, in tante condizioni, il rumore apparirà ben visibile in fotografie realizzate tramite sensori ridotti con photositi piccoli, e tutte le fotocamere compatte, per loro costituzione, dispongono di sensori piccoli e photosite piccoli.
Il secondo grattacapo con questo tipo di sensori è il campo di applicazione dinamico ristretto, cioè la abilità di rilevare il particolare in zone d’ombra o di troppa luce. Rispetto ai sensori grandi, quelli piccoli tendono a lasciare più nere le ombre e più bianche quelle con troppa luminosità. Il prossimo ed ultimo difetto ultimo di cui parlerò potrebbe essere più evidente ai fotografi che passano dalla pellicola alle digitali compatte.
La prima cosa che tante persone notano, è il tempo che utilizza la fotocamera digitale per scattare realmente l’ immagine dopo che è stato premuto il bottone di scatto si nota come “ritardo dell’ otturatore”, il ritardo è causato dalla messa a fuoco della macchina fotografica che deve impostare la corretta esposizione, e in seguito “caricare” il sensore per accingersi a prendere l’immagine. In certe compatte basic ci possono volere fino a 0,5 secondi, certe volte sufficienti a far perdere uno scatto singolare, in maniera particolare se un’ espressione di un volto oppure una posa di un soggetto.
Benefici
D’altronde, numerose delle fotocamere compatte più evolute avendo un ritardo alquanto esiguo, forniscono stampe fotografiche A4 o maggiori di ottima qualità e danno al fotografo con superiore esperienza un controllo manuale per fotografie più creative. Oltre a ciò, numerose fotocamere compatte hanno la possibilità di eseguire brevi riprese video di buona qualità , anche con il suono. Queste funzioni, combinate al costo relativamente piccolo ed al fatto che molte persone preferiscono mettere una piccola fotocamera in tasca anziché che portare dietro una borsa con un’attrezzatura voluminosa, sono le cause per cui si vendono più compatte di qualsiasi altra macchina fotografica digitale.
Prima di selezionare un modello, analizzate le vostre esigenze . Una fotocamera reflex risulterà esagerata se ci si vuole solo divertire un po’, se si vogliono eseguire veloci foto in villeggiatura ed inoltre può attirare attenzione indesiderata; una compatta, malgrado ciò, raramente produrrà foto panoramiche mozzafiato in A3.
Colorimetri o spettrofometri?
Per effettuare la calibrazione e la profilazione si utilizzano adeguati strumenti. Si tratta di sonde in grado di interpretare il colore, con programmi che alla fine delle misurazioni impostano al meglio le periferiche e ne tracciano il profilo, salvandolo. I monitor adoperano di frequente colorimetri economici, operanti per filtratura, adeguati a necessità amatoriali. Gli spettrofotometri sono strumenti più complessi e costosi ma anche più precisi, in grado di leggere la composizione spettrale di un colore, sia emesso (monitor) che riflesso (stampante). Ci sono programmi, frequentemente gratuiti, che permettono di calibrare e profilare uno schermo sulla base della semplice osservazione visiva, con campioni generati a monitor. I risultati sono però soggettivi e non sono in grado di offrire l’affidabilità necessaria per un flusso di lavoro orientato alla qualità .
Tutte le fotografie digitali sono costituite da piccolissimi blocchi chiamati ,”pixel” (elementi dell’ immagine). Un unico pixel ha le informazioni che gestiscono il suo colore, l’intensità di quel colore e la luminosità del pixel stampato o su display.
Tali caratteristiche sono definite abitualmente come i valori HSB ,(Hue Saturation Brightness) del pixel, cioè Tonalità , Saturazione e luminosità; la stragrande maggioranza delle immagini digitali sono composte da milioni di pixel che non sono abitualmente visibili ad occhio nudo, pertanto quando guardiamo un’immagine digitale percepiamo il leggero e progressivo cambiamento di luce e ombra, tono e colore come dei passaggi delicati, o “toni continui” . Il numero di pixel dell’immagine determina la risoluzione dell’ immagine (quanti dettagli racchiude): più pixel ha, maggiore sarà la risoluzione. Il numero dei pixel fa riferimento anche alle misure massime di stampa, perchè maggiori sono i pixel più sono grandi le misure di stampa che si possono ottenere senza perdita qualitativa
E’ per Tale motivo che la risoluzione è uno dei fattori fondamentali alla base della qualità delle fotografie digitali, ma, come abbiamo vieto e vedremo nuovamente in seguito, il numero dei pixel dell’immagine non sarà assolutamente il solo fattore.
ED, UD, SLD ed altre sigle
Sono numerose, e differenti, le sigle che appaiono sulle ottiche fotografiche. Tra loro talune, vedi anche l’articolo sull’ aberrazione cromatica, indicano che sono stati utilizzati vetri speciali. I ricercatori dei reparti di progettazione ottica hanno difatti definito numericamente alcune specifiche basilari che risultano utilissime in un ottica.
In particolare, sono preziosi, per risolvere problemi di progetto, i vetri caratterizzati da un elevato indice di rifrazione, a causa della possibilità che permettono di piegare tanto il raggio che li percorre anche senza appellarsi a superfici a forte curvatura, che tuttavia allo stesso tempo non hanno una dispersione cromatica troppo alta, cioè non accentuano troppo l’ effetto di iridescenza in presenza di luci dai colori differenti. Ogni costruttore ha elaborato, in questo campo, una propria soluzione ed una propria sigla: Ultralow Dispersion, Extralow Dispersion, Super Low Dispersion e così via.
Un obiettivo con zoom di una compatta viene definito abitualmente 3x, 5x, o 10x. Uno zoom 5x significa che quando l’obiettivo sarà impostato al massimo l’oggetto apparirà cinque volte più grande di quando la regolazione sarà quella minima.
Gli obiettivi con zoom di una Reflex digitale usano la lunghezza focale – dal grandangolo (es. 35mm) al teleobiettivo (es. 105mm). Si possono inoltre trovare tra le regolazioni dell’apparecchio “zoom digitali” dai valori molto elevati, ma visto che lo zoom è ricreato artificiosamente dal software dell’apparecchio, è preferibile evitarlo, perchè generalmente, più utilizzate lo zoom digitale più rovinate l’immagine finale.
Dall’avvento della macchina fotografica digitale, i costruttori, ed in parte pure i periodici di fotografia ed i siti internet, erano ossessionati dalla prestazione dei componenti interni delle fotocamere, specialmente i sensori ed il numero dei pixel.
Non avremmo potuto dare torto a colui che, novizio della fotografia digitale, avesse pensato che la qualità della foto dipendeva soprattutto dal numero di pixel ammassati all’interno del chip. Per tanti versi non c’è da sorprendersi, vista la relativa novità della tecnologia e la quantità di denaro spesa nella ricerca e sviluppo in quel determinato settore della fotografia digitale. Malgrado ciò, i fotografi più esperti sanno benissimo che la fissazione per il numero dei pixel è un finto dilemma.
Laddove i sensori sono un elemento essenziale del puzzle della macchina fotografica, dato che rappresentano la parte che registra l’immagine e devono poter registrare una gamma dinamica quanto più vasta possibile, il più speditamente possibile, molti sostengono che l’obiettivo che raccoglie: l’informazione della luce è altrettanto fondamentale, se non in maniera superiore.
L’apertura di diaframma massima di un ottica, comunemente, sarà scritta o sul barilotto o sulla parte anteriore dell’obiettivo. Per esempio, un ottica con apertura massima di f/2.8 avrà impresso1:2.8.
Per le ottiche con zoom, il più delle volte sarà riportata la variazione di apertura, come 1 :4-5.6. Questo segnala che con la lunghezza focale più corto, come 70mm ad esempio, l’apertura arriverà ad f/4, mentre ad una lunghezza focale superiore dello zoom, come 300mm, l’apertura massima sarà diminuita a f/5.6. Tali numeri sono fondamentali perchè indicano quanto sia luminoso un obiettivo: più ampia la capacità di apertura del diaframma, più luminoso sarà la sua ottica.
In altri termini, con le medesime condizioni di luce un ottica con apertura massima di f/2.8 permetterà tempi di posa più rapidi, raggiungendo sempre una giusta esposizione, in confronto a un ottica “meno luminosa a f/4. Più luminosa è l’obiettivo maggiore è il controllo creativo del fotografo, grazie ad un numero più alto di combinazioni di esposizione con otturazione/apertura di diaframma. Questo conduce ad un superiore dominio sulla profondità di campo e sul tempo di posa.
Ogni macchine fotografica digitale ha necessità di una scheda di memoria. Si possono trovare in diverse forme e dimensioni, in base al costruttore ed al modello, ma presentano tutte uno spazio di memoria calcolato in megabyte (MB) o gigabyte (GB) Se comperate una macchina fotografica digitale per la prima volta, sarebbe giusto investire in una scheda di memoria capace di contenere più foto di quella fornita assieme alla macchina fotografica, così sarà più difficile finire la memoria prima di dover scaricare le foto e liberare spazio, ciò è fondamentale soprattutto quando siete fuori e non avete con voi l’attrezzatura adatta, quindi sempre meglio premunirsi e non dover essere costretti a smettere di fotografare o, peggio ancora perdere qualche scatto davvero importante.
I photosite registrano l’intensità della luce, ma non possono diversificare fra luce di differenti lunghezze d’ onda e perciò non sono in grado di registrare il colore. Per produrre un’ immagine a colori, viene collocato un sottile filtro sullo strato dei fotodiodi. Definito Colour Filter Array (CAF) il filtro è un mosaico di quadrati rossi, verdi e blu, nei quali ciascuna tessera è situata direttamente sopra un fotodiodo.
Con il CFA, ciascun photosite sarà capace di registrare diverse intensità di luce rossa, verde o blu. Per realizzare uno spettro di colori pressoché compiuto, il processore della macchina fotografica analizza il colore e l’intensità di ogni photosite quindi lo confronta con il colore e l’intensità dei suoi diretti vicini.
In Tale maniera il processore interpola o “valuta”, un colore ben più preciso per ogni pixel. Questo complicato e ricercato processo di interpolazione viene definito “demosaicizzazione” e rappresenta il metodo in cui ogni pixel della fotografia mostra uno dei 16,7 milioni di colori.
Elaborazione e formattazione
Una volta terminata la procedura di interpolazione, l’immagine viene sottoposta ad un’ ulteriore elaborazione, che, per esempio, potrà ottimizzare i colori, ridefinire la luminosità ed il contrasto, o addirittura rendere l’immagine più nitida in base alle regolazioni dell’apparecchio. Quando queste regolazioni sono state eseguite, le informazioni vengono formattate e passate alla scheda di memoria per essere Immagazzinate.
la facoltà di adoperare ottiche con lunghezza focale differente, come gli zoom grandangolari 10-20mm, zoom per teleobiettivo 100-300mm o ancora ottiche con lunghezza focale fissa come un obiettivo 60mm macro, permette di sfruttare il medesimo corpo macchina per panorami grandangolari estremi o scatti d’interno, e per primi piani di azioni sportive o di soggetti nel ambiente.
Le ottiche variano parecchio nel costo e nella qualità, e avendo un corpo Reflex si possono mettere assieme diversi obiettivi di ottima qualità , che possono mettere a fuoco maggiori dettagli rispetto agli obiettivi con enormi differenze di focale che vogliono essere sia grandangolo che .teleobbiettivo.
la risoluzione di un’immagine digitale, come già accennato in altro articolo, si misura in pixel per inch (ppi – pixel per pollice). la risoluzione standard per ottenere stampe di qualità eccellente sarà 300 PPI.
Pertanto, conoscendo il numero di megapixel (milioni pixel) di una fotocamera digitale, sarà molto semplice calcolare le misure di stampa ottimali dell’apparecchio. Per esempio, supponiamo che una macchina fotografica da 6 megapixel (6MP) abbia un sensore 2.816 x 2.112 pixel (6 milioni di pixel in totale). Per conoscere quale sarà la misura migliore di stampa dell apparecchio, è sufficiente dividere 2.816 e 2.112 per 300ppi. Si ottiene 9 112 e 7. Quindi, una macchina fotografica da 6MP sarà capace di fornire stampe fotografiche da 9 112 per 7 pollici (24×18 cm). E’ essenziale tenere presente in ogni caso che 300ppi sarà considerato lo standard di fabbrica ottimale di risoluzione.
In base all’immagine, della fotocamera, della stampante e del formato di stampa desiderato (stampe più di grosse dimensioni vanno guardate da una distanza maggiore), potreste giudicare che una risoluzione di 200ppi (o inferiore) può produrre risultati decisamente accettabili.