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Freddo, pioggia, si e’ vero.

E’ altrettanto vero pero’ che questa stagione offre colori unici atmosfere ovattate e fantastiche.

Meglio quindi uscire e portare a casa qualche scatto indimenticabile.

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Non sono molto d’accordo con questo termine, fotografia industrialemi suggerisce l’immagine di una fabbrica che sforna fotografie, niente di più lontano da come intendo io il mestiere del fotografo.

La fotografia dovrebbe possedere sempre un fondo artistico, il termine industriale la rende decisamente un qualcosa di "meccanico" e "tecnico" cosa che in realtà non è.

Per fotografia industriale si intende di solito quella tipologia di immagini che vengono realizzate come supporto alle aziende, si tratti di realizzare scatti per un catalogo oppure semplici stampe da fornire ai venditori ed ai clienti.

Con questo non voglio dire che si tratti di una branca minore o povera della fotografia, in realtà anche nella fotografia industriale è necessario un buon fotografo, un buon occhio ed un’ottima tecnica.

Spesso ci si può trovare di fronte a sfide davvero interessanti, come quella di rendere bello un capannone di 30 anni che bello non si può davvero definire, oppure di far risaltare le raffinatezze di un processo di lavorazione.

Chi si occupa di fotografia industriale sa benissimo che si potrebbe trovare di fronte qualsiasi cosa, dall’oggettistica piena di colore e sfumature che offre comunque tantissime chiavi di interpretazione alla pura foto di un pezzo meccanico che di artistico ha davvero poco.

Sta alla sensibilità del fotografo riuscire a cogliere l’aspetto estetico ed emozionale rispettando lo scopo primario dell’immagine: l’illustrazione. A volte può essere frustrante, a volte invece possono uscire delle immagini davvero eccellenti che riescono a combinare perfettamente l’estetica con la tecnica.

La parola floating in italiano si traduce come progetto a “lenti flottanti”. Segnala che è stata usata una soluzione intelligente. Difatti vuole indicare che lo schema ottico dell’obiettivo è stato sviluppato in maniera tale da potere essere variabile, per la posizione delle lenti, a seconda della distanza a cui è stato focheggiato l’obiettivo.


Brevemente: non è detto che un’ottica grandangolare, nitidissima in una ripresa ad enorme distanza, conservi la sua qualità se la si utilizza a distanza ravvicinata. Per avere una ottima resa ottica anche in una inquadratura “grandangolare macro”, per esempio, c’è bisogno che l’ottica sia progettato in maniera tale da modificare la posizione reciproca delle lenti se si inquadra un oggetto distante pochissimi centimetri. La soluzione a lenti flottanti è adesso utilizzata su moltissime ottiche moderne.

In alcuni casi, nei riferimenti alla risoluzione, può capitarvi di trovare i pixel per inch (PPI) espressi, sbagliando, come dots per inch ( DPI) ovverossia punti per pollice, in qualche manuale, rivista o libro.


Laddove il primo termine fa riferimento specificatamente alle misure in pixel dell’immagine, il secondo è la misura di quanti punti di inchiostro la stampante pone in un pollice.

Il sensore di una macchina fotografica digitale svolge la medesima attività di una pellicola nella fotocamera tradizionale. Il sensore è posizionato esattamente dove l’obiettivo dell’apparecchio mette a fuoco il soggetto oppure la scena ed è precisamente in quella posizione che l’immagine viene inizialmente” catturata” prima di essere elaborata in informazioni digitali e affidata alla scheda della macchina fotografica per essere memorizzata per un periodo più lungo.


Anatomia del sensore


L’ area del sensore è ricoperta da una griglia di milioni di microscopici apparecchi chiamati “.photosite” ciascuno dei quali rappresenta un pixel dell’ immagine catturata. Nel momento in cui le case produttrici parlano di fotocamera 8MP, il sensore dell’apparecchio ha approssimativamente 8 milioni di photosite.


Uno dei componenti essenziali del photosite è il fotodiodo, che trasforma la luce in una carica elettrica; quindi maggiore sarà la luce, più forte sarà la ca- rica. l’apparato dei photosite registra i diversi livelli di luminosità e li converte in altrettante cariche elettriche. Esse vengono in seguito amplificate ed inviate ad un convertitore analogico/digitale, dove la carica sarà elaborata in dati digitali.

Ogni fotocamera reflex digitale è dotata di uno schermo istantaneo e luminoso. Questo perchè la luce dalla scenografia passa attraverso l’ottica grazie a uno specchio a 45° e successivamente attraversando un prisma esce dal mirino. Grazie a questa configurazione di specchi e prismi, il mirino vede proprio quello a cui verrà  esposto il sensore, non appena il tasto di scatto dell’ otturatore sarà premuto per scattare la fotografia. Questo permette un’inquadratura più accurata ed una composizione più semplice, specialmente in condizioni di poca luce, laddove i mirini elettronici hanno difficoltà  a comunicare una scena buia e risentono per di più di un lieve ritardo.


LA VISTA DELLA REFLEX


Il termine SRL sta per” Reflex monobiettivo” e Allude al mirino della reflex, assieme al suo meccanismo di specchio e prisma che vi consente di guardare attraverso l’ottica per scattare le vostre immagini. Sostanzialmente, ciò sta a significare che quello che vedete nel mirino è quanto realmente avrete con la foto finale.

Considerato che la risoluzione standard del video di un computer può essere o di 72ppi (Windows) o di 96ppi (Machintosh) le fotografie della macchina fotografica digitale che vanno visualizzate a video potrebbero essere impostate a una risoluzione di 72ppi o a 96ppi (molto basse per la stampa), apparendo pur sempre come foto con toni continui, quando sono visualizzate su un monitor.


Per quello che concerne le misure dell’immagine, ne deriva che con una risoluzione del monitor impostata a 800 x 600 pixel, l’immagine della fotocamera dovrà  essere soltanto di 800 x 600 pixel per adattarsi completamente allo schermo.


Badate bene, questo vale solo e soltanto se intendete utilizzare le immagini che state realizzando per ottenere prodotti diversi dalla stampa. Niente e nessuno potrà mai aumentare le dimensioni di un’immagine piccola, mentre sarà sempre possibile diminuire quelle di una grande.


Per questo motivo io preferisco sempre realizzare le mie foto a risoluzioni relativamente elevate, lasciando poi la scelta delle dimensioni definitive in post-produzione. Non si sa mai che fine debba fare in futuro un immagine, per questo motivo preferisco archiviare le immagini ad una risoluzione adeguata anche per una futura stampa.

Le fotocamere compatte hanno evidentemente dei notevoli pregi in termini di semplicità d’uso e di praticità tuttavia hanno alcuni aspetti negativi, non correlati al costo dell’apparecchio. Il primo della lista è certamente l’eterno problema del rumore. Non si sfugge al fatto che, in tante condizioni, il rumore apparirà ben visibile in fotografie realizzate tramite sensori ridotti con photositi piccoli, e tutte le fotocamere compatte, per loro costituzione, dispongono di sensori piccoli e photosite piccoli.


Il secondo grattacapo con questo tipo di sensori è il campo di applicazione dinamico ristretto, cioè la abilità  di rilevare il particolare in zone d’ombra o di troppa luce. Rispetto ai sensori grandi, quelli piccoli tendono a lasciare più nere le ombre e più bianche quelle con troppa luminosità. Il prossimo ed ultimo difetto ultimo di cui parlerò potrebbe essere più evidente ai fotografi che passano dalla pellicola alle digitali compatte.


La prima cosa che tante persone notano, è il tempo che utilizza la fotocamera digitale per scattare realmente l’ immagine dopo che è stato premuto il bottone di scatto si nota come “ritardo dell’ otturatore”, il ritardo è causato dalla messa a fuoco della macchina fotografica che deve impostare la corretta esposizione, e in seguito “caricare” il sensore per accingersi a prendere l’immagine. In certe compatte basic ci possono volere fino a 0,5 secondi, certe volte sufficienti a far perdere uno scatto singolare, in maniera particolare se un’ espressione di un volto oppure una posa di un soggetto.


Benefici


D’altronde, numerose delle fotocamere compatte più evolute avendo un ritardo alquanto esiguo, forniscono stampe fotografiche A4 o maggiori di ottima qualità e danno al fotografo con superiore esperienza un controllo manuale per fotografie più creative. Oltre a ciò, numerose fotocamere compatte hanno la possibilità di eseguire brevi riprese video di buona qualità , anche con il suono. Queste funzioni, combinate al costo relativamente piccolo ed al fatto che molte persone preferiscono mettere una piccola fotocamera in tasca anziché che portare dietro una borsa con un’attrezzatura voluminosa, sono le cause per cui si vendono più compatte di qualsiasi altra macchina fotografica digitale.


Prima di selezionare un modello, analizzate le vostre esigenze . Una fotocamera reflex risulterà esagerata se ci si vuole solo divertire un po’, se si vogliono eseguire veloci foto in villeggiatura ed inoltre può attirare attenzione indesiderata; una compatta, malgrado ciò, raramente produrrà  foto panoramiche mozzafiato in A3.

Colorimetri o spettrofometri?


Per effettuare la calibrazione e la profilazione si utilizzano adeguati strumenti. Si tratta di sonde in grado di interpretare il colore, con programmi che alla fine delle misurazioni impostano al meglio le periferiche e ne tracciano il profilo, salvandolo. I monitor adoperano di frequente colorimetri economici, operanti per filtratura, adeguati a necessità amatoriali. Gli spettrofotometri sono strumenti più complessi e costosi ma anche più precisi, in grado di leggere la composizione spettrale di un colore, sia emesso (monitor) che riflesso (stampante). Ci sono programmi, frequentemente gratuiti, che permettono di calibrare e profilare uno schermo sulla base della semplice osservazione visiva, con campioni generati a monitor. I risultati sono però soggettivi e non sono in grado di offrire l’affidabilità  necessaria per un flusso di lavoro orientato alla qualità .

Tutte le fotografie digitali sono costituite da piccolissimi blocchi chiamati ,”pixel” (elementi dell’ immagine). Un unico pixel ha le informazioni che gestiscono il suo colore, l’intensità  di quel colore e la luminosità  del pixel stampato o su display.


Tali caratteristiche sono definite abitualmente come i valori HSB ,(Hue Saturation Brightness) del pixel, cioè Tonalità , Saturazione e luminosità; la stragrande maggioranza delle immagini digitali sono composte da milioni di pixel che non sono abitualmente visibili ad occhio nudo, pertanto quando guardiamo un’immagine digitale percepiamo il leggero e progressivo cambiamento di luce e ombra, tono e colore come dei passaggi delicati, o “toni continui” . Il numero di pixel dell’immagine determina la risoluzione dell’ immagine (quanti dettagli racchiude): più pixel ha, maggiore sarà la risoluzione. Il numero dei pixel fa riferimento anche alle misure massime di stampa, perchè maggiori sono i pixel più sono grandi le misure di stampa che si possono ottenere senza perdita qualitativa


E’ per Tale motivo che la risoluzione è uno dei fattori fondamentali alla base della qualità  delle fotografie digitali, ma, come abbiamo vieto e vedremo nuovamente in seguito, il numero dei pixel dell’immagine non sarà assolutamente il solo fattore.

Ogni macchine fotografica digitale ha necessità di una scheda di memoria. Si possono trovare in diverse forme e dimensioni, in base al costruttore ed al modello, ma presentano tutte uno spazio di memoria calcolato in megabyte (MB) o gigabyte (GB) Se comperate una macchina fotografica digitale per la prima volta, sarebbe giusto investire in una scheda di memoria capace di contenere più foto di quella fornita assieme alla macchina fotografica, così sarà  più difficile finire la memoria prima di dover scaricare le foto e liberare spazio, ciò è fondamentale soprattutto quando siete fuori e non avete con voi l’attrezzatura adatta, quindi sempre meglio premunirsi e non dover essere costretti a smettere di fotografare o, peggio ancora perdere qualche scatto davvero importante.

I photosite registrano l’intensità  della luce, ma non possono diversificare fra luce di differenti lunghezze d’ onda e perciò non sono in grado di registrare il colore. Per produrre un’ immagine a colori, viene collocato un sottile filtro sullo strato dei fotodiodi. Definito Colour Filter Array (CAF) il filtro è un mosaico di quadrati rossi, verdi e blu, nei quali ciascuna tessera è situata direttamente sopra un fotodiodo.


Con il CFA, ciascun photosite sarà capace di registrare diverse intensità  di luce rossa, verde o blu. Per realizzare uno spettro di colori pressoché compiuto, il processore della macchina fotografica analizza il colore e l’intensità  di ogni photosite quindi lo confronta con il colore e l’intensità  dei suoi diretti vicini.


In Tale maniera il processore interpola o “valuta”, un colore ben più preciso per ogni pixel. Questo complicato e ricercato processo di interpolazione viene definito “demosaicizzazione” e rappresenta il metodo in cui ogni pixel della fotografia mostra uno dei 16,7 milioni di colori.


Elaborazione e formattazione


Una volta terminata la procedura di interpolazione, l’immagine viene sottoposta ad un’ ulteriore elaborazione, che, per esempio, potrà ottimizzare i colori, ridefinire la luminosità  ed il contrasto, o addirittura rendere l’immagine più nitida in base alle regolazioni dell’apparecchio. Quando queste regolazioni sono state eseguite, le informazioni vengono formattate e passate alla scheda di memoria per essere Immagazzinate.

la risoluzione di un’immagine digitale, come già accennato in altro articolo, si misura in pixel per inch (ppi – pixel per pollice). la risoluzione standard per ottenere stampe di qualità eccellente  sarà 300 PPI.


Pertanto, conoscendo il numero di megapixel (milioni pixel) di una fotocamera digitale, sarà molto semplice calcolare le misure di stampa ottimali dell’apparecchio. Per esempio, supponiamo che una macchina fotografica da 6 megapixel (6MP) abbia un sensore 2.816 x 2.112 pixel (6 milioni di pixel in totale). Per conoscere quale sarà la misura migliore di stampa dell apparecchio, è sufficiente dividere 2.816 e 2.112 per 300ppi. Si ottiene 9 112 e 7. Quindi, una macchina fotografica da 6MP sarà capace di fornire stampe fotografiche da 9 112 per 7 pollici (24×18 cm). E’  essenziale tenere presente in ogni caso che 300ppi sarà considerato lo standard di fabbrica ottimale di risoluzione.


In base all’immagine, della fotocamera, della stampante e del formato di stampa desiderato (stampe più di grosse dimensioni vanno guardate da una distanza maggiore), potreste giudicare che una risoluzione di 200ppi (o inferiore) può produrre risultati decisamente accettabili.

Approssimativamente tutte le macchine fotografiche digitali adottano o il sensore CMOS (complementary metal oxide semiconductor), oppure CCD (charge-coupled device) ambedue sono costruiti in maniera simile ed ambedue catturano un’immagine come descritto in queste pagine. La differenza basilare tra i due è la maniera di processare i dati ricevuti da ogni photosite.


In un CCD, ciascuna riga del photosite è collegata o “accoppiata” Dopo che è stata scattata la fotografia, l’entità di carica accumulata da ogni photosite sarà passata riga per riga e letta ad un angolo dell’ apparecchio prima di essere eliminato. I valori in seguito vengono trasferiti ad un secondo chip per la conversione analogico/digitale (ND). In un chip CMOS, ogni photosite ha i propri amplificatori e circuiti, cosicchè l’entità della carica può essere letta direttamente da ciascun singolo photosite prima di essere trasferito direttamente al convertitore AlD.


Ogni modello di sensore ha i suoi benefici e svantaggi. Da sempre i CCD, il tipo più diffuso fra i due, erano i migliori nel raccogliere la luce e di regola producevano fotografie di qualità  superiore, mentre i sensori CMOS rappresentavano i più economici nella produzione e consumavano meno energia. Negli ultimi anni i costruttori dei due sistemi hanno aumentato il proprio impegno per ottimizzare i loro sistemi, e adesso la differenza di funzionamento tra i due è impercettibile.

Il rumore nelle fotografie

Il rumore è¨ sempre presente, ma la percezione di quest’ultimo è diversa
E’ più semplice avvertire il rumore sulle zone uniformi dell’immagine, come nel cielo o sulle ampie campiture. E’ ancora più semplice avvertirlo nel canale del blu e del rosso. Il rumore è¨ superiore nelle fotografie scattate con macchine fotografiche amatoriali, munite di pixel più piccoli (spesso per i sensori più ridotti) e di processori meno performanti. Il rumore si avverte particolarmente laddove il segnale è basso, quindi si nota di più sulle ombre.

E’ possibile ridurre l’ impatto del rumore agendo solo sul canale colore in cui è¨ più evidente. Questo necessita di esperienza. In alternativa la migliore arma è¨ costituita dagli algoritmi messi a disposizione dalla fotocamera.

Capire l’istogramma è come capire il digitale

Che cosa rende speciale il digitale in confronto all” analogico?

Il controllo che si ha sulle fasi dello scatto, prima di eseguire la ripresa. Questo controllo non può tuttavia limitarsi a’ guardare l” immagine sul display, ma merita adoperare l’istogramma, il più corretto mezzo disponibile per valutare la bontà  o meno di un immagine digitale. Almeno in termini di luminosità  e ricchezza dei dati raccolti.

Ogni fotocamera digitali mette a disposizione l’istogramma. Il grafico è osservabile generalmente nelle fasi di revisione dello scatto, certe volte in Live View nel momento della composizione della scena. Limitandosi alla fugace osservazione dello schermo si rischiano viceversa errori di stima, anche a causa della luce esterna.

La matita digitale

Una porzione essenziale dei metadati concerne i dati di ripresa. Al posto del bloc-notes, compare della pellicola, i metadati danno al fotografo digitale un completo lista di dati, per ciascuna immagine, comprensivi del diaframma e del tempo di posa, la focale dell’ obiettivo utilizzata, talora la distanza di messa a fuoco, la sensibilità  Iso ed qualunque altra regolazione di tipo elettronico.

Tutto ciò permette al fotografo di conoscere e ponderare le fotografie scattate.
Il pregio dei metadati Exif è¨ che sono associati allo scatto senza che il fotografo debba fare alcunchè. Possono essere contenuti all’interno dell’intestazione del file (header) e viaggiano congiuntamente all’immagine ovunque essa venga visualizzata. Esistono programmi specifici per la gestione dei metadati che consentono la loro consultazione, l’ organizzazione, la ricerca, iI ritocco e l’esportazione.

Dal bianconero al colore

Ragionando di sensori può apparire inconsueto che l’ aspetto più rilevante della loro struttura sia al loro esterno!

Nella realtà non è esattamente così, ma quasi. Da ciò che abbiamo detto a proposito della struttura del file digitale (è costituito da una serie di coordinate colore) si intuisce l’ importanza del filtro colore, dato che il fotodiodo è¨ monocromatico, nel senso che è sensibile soltanto alla luminosità  dell’ immagine. L’ accorgimento è¨ banale; si antepongono ai fotodiodi dei filtri colorati rossi, verdi e blu, messi come in una scacchiera, che obbligano i singoli fotodiodi a leggere l’intensità  luminosa per il colore del relativo filtro. In seguito l’immagine viene ricomposta fondendo i dati dei singoli pixel.

I benefici di questa scacchiera (filtratura di Bayer) sono numerosi. Innanzi tutto è possibile risalire, seppure parzialmente, alla luminosità  complessiva del punto, dato che si conosce il fattore di assorbimento del filtro. In seconda battuta è¨ semplice descrivere il colore dei pixel permettendo di interpolare le informazioni tra pixel contigui.

Jpeg 2000

Ambizioni mancate

Una variante del Jpeg è il Jpeg2000, elaborato per una più alta compressione, pur con una più alta qualità . Il Jpeg2000 permette di avere fotografie a 16 bit colore per canale e per la compressione approfitta della presenza di aree di colore omogeneo dentro al file. Sfortunatamente è¨ assoggettato a diritti di utilizzo che ne hanno impedito la divulgazione su ampia scala.

L’ Impronta matematica – Il colore nace dai numeri

L’interpolazione delle informazioni colore (demosaicizzazione) del filtro di Bayer consente di ricreare l’ immagine attraverso algoritmi molto evoluti, che sanno decifrare le informazioni e ad assegnare il colore giusto a ciascun punto.

E’ pur vero che, avendo disponibili per ciascun elemento un unica componente di colore (rosso, verde, blu) l’ effetto finale non sarà  statisticamente discreto e sarà  contraddistinto da un piccolo calo di nitidezza rispetto alla ripresa in bianco e nero.

Oltre a ciò si creano tipici artefatti colore. Malgrado questo i sistemi di demosaicizzazione producono una qualità  notevole; in ciò sono di supporto le sempre più alte risoluzioni dei sensori che rendono possibile l’interpretazione di gruppi di pixel come fossero un singolo punto colore.

La ragione per cui il filtro di Bayer prevede due pixel verdi per ciascuna accoppiata rosso e blu va cercata nel nostro sistema visivo, ben più sensibile al verde. Una prova ci viene anche dal diagramma di cromaticità  del CIE, che destina ai giallo-verdi una’ zona più vasta nei confronti delle altre tonalità .

Colore reale, colore che piace

Il colore di una’ fotografia dipende sia dal sensore della macchina fotografica che acquisisce le informazioni, sia dal processore interno che li elabora, iniziando dal bilanciamento del bianco e dagli stili colore. Il filtro a mosaico (Bayer) evidenzia una prima pecca sull’ attendibilità  complessiva delle informazioni raccolte dal sensore. Pure l’ obiettivo e le microlenti del sensore creano aberrazioni cromatiche.

Da ultimo le correzioni effettuate dal fotografo durante la ripresa si rivelano frequentemente non oggettive, prese senza usare strumenti di controllo; perciò è bene ricorrere al formato Raw, che permette di modificare in post-produzione alcuni dei parametri principali. Un aiuto è apportato dalle mire colore (Color Checker o simili) che si mettono nel fotogramma per disporre di riferimenti sicuri in fase di rettifica.

La fotografia, eccetto quella scientifica o documentale, non è mai stata oggettiva. Il bianconero per primo è davvero molto lontano dal reale. Anche le pellicole a colori non erano selezionate per la loro asettica imparzialità . La stessa cosa avviene in digitale: non è d’obbligo ricercare la totale equivalenza al vero; un esempio per tutti è la fotografia di food (cibo), dove un corretto bilanciamento del bianco da fotografie inguardabili, più consone a canoni ospedalieri che non alla buona tavola.

Attenzione alla posterizzazione – Rigidità  è semplicità 

Muovendo i cursori abbinati ai Livelli si modifica il contrasto della’ foto, però esagerare può significare distendere l’immagine sino a farla posterizzare, o rimuovere tonalità  fondamentali. Per questa causa, nel momento in cui si lavora sui Livelli è conveniente mantenere sotto controllo l’istogramma dell’ immagine.
I più evoluti software di fotoritocco permettono di effettuare le modifiche non immediatamente sull’ immagine, piuttosto su adeguati strati di regolazione che sono rimossi o modificati disgiuntamente dall’ immagine originaria.

La differenza è fatta dai dati non elaborati

Non per caso le fotografie Raw sono definite come il negativo digitale. Questo formato registra la più grande quantità  di informazioni che la fotocamera è in grado di riportare. Anzitutto racchiude le informazioni colore non ancora elaborati dal processore della macchina fotografica e che pertanto possono essere lavorati da un computer più potente, più preciso e più controllabile.

In questa maniera certe impostazioni (bilanciamento del bianco, contrasto, colore, nitidezza ed altre) possono essere prodotte nel corso dello sviluppo evitando di obbligare il fotografo a prendere decisioni non modificabili nel momento dello scatto. A differenza del Jpeg, il Raw permette di compiere operazioni anche invasive evitando di ledere in qualunque maniera le informazioni originali.
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Col Raw ci guadagnamo

Abbiamo già  riferito che l’ ampiezza dinamica non possiede nessuna connessione con la profondità  colore, che dipende invece dal convertitore A/D. Con Raw tuttavia le prestazioni di entrambe migliorano in confronto a un formato non grezzo. I 10, 12 o 14 bit per canale di salvataggio del Raw portano una profondità  colore molto più grande, a patto che il formato di destinazione (Tiff, Jpeg2000) sia compatibile con più di 8 bit per canale (24 bit totale). Pure la gamma dinamica del sensore ottiene dei vantaggi dall’utilizzo del Raw, particolarmente in termini di leggibilità  delle alte luci, normalmente tagliate nel Jpeg.

La gamma tonale dipende dal convertitore A/D

Il range che evita la posterizzazione

Il comportamento del convertitore analogico-digitale decide la gamma tonale realizzabile, ossia il numero di sfumature che ciascun colore primario può assumere, la profondità  del colore. L’Estensione della profondità  del colore si esprime in numero di bit: con 8 bit per canale (con un totale di 24 bit) la macchina fotografica renderà  al fotografo più o meno 16 milioni di colori. Non sono poi tanti, considerando che una scena monocromatica rossa sarà  descritta dai soli rossi a disposizione, ovvero 256 (8 bit). Così pure per il bianconero.

E’ facile di conseguenza che si generino scalettature, oppure posterizzazione. Le moderne macchine fotografiche tuttavia permettono la trasformazione A/D a più di 8 bit per canale colore: dieci, dodici, 14 ed anche 16 bit.

Per usare più di 8 bit per canale RGB è necessario adoperare formati di salvataggio compatibili, come il Raw (non il Jpeg). Ciò diventa un ulteriore beneficio del formato grezzo, particolarmente per fotografie che necessitano di pesanti lavori di elaborazione, o per scene a bassissimo contrasto.