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Un set semplice che consente di utilizzare i chiaro-scuro per dare profondità all’immagine e restituire l’oggetto in modo plastico.
Attraverso la sua riproduzione bidimensionale, la fotografia è più vicina alla pittura che non alla osservazione della realtà , come la osserviamo ogni giorno. Noi difatti possediamo una percezione tridimensionale della realtà , dato che i due occhi ci consentono di compiere una duplice “scansione” della medesima immagine, da due punti leggermente diversi. Grazie a tali dati, il nostro cervello ricompone la scena in tre dimensioni, anche quando l’illuminazione è piatta.
La fotografia invece, visto che sarà immagazzinata su un supporto a due sole dimensioni, necessita di una’ attenta illuminazione in grado di regalare volume al soggetto o, se preferiamo, di generare dei chiaro-scuro decisamente necessari alla simulazione della terza dimensione.
Per capire meglio la questione possiamo paragonare la foto di una faccia a quella di un cilindro; in questo modo è più semplice comprendere che, se desideriamo renderlo in maniera diversa dall’immagine piatta di un rettangolo, dovremo illuminarlo con una luce sfumata.
Un volto, o un oggetto, hanno generalmente l’assoluto bisogno di zone d’ombra per una loro giusta rappresentazione, diversamente il risultato è piatto. Esistono però situazioni nelle quali è esattamente questo quello che il fotografo desidera raggiungere, ed è per esempio il caso della fotografia di Beauty, nella quale si cerca una interpretazione essenziale dei tratti del volto e del make-up impiegato.
Volendo comporre un gioco di luci ed ombre per dare tridimensionalità al soggetto è necessario prestare notevole attenzione anche all’ estensione della latitudine di posa della pellicola. Se per esempio illuminiamo un volto da una parte, ma lasciamo completamente in ombra la zona opposta, quest’ultima sulla pellicola risulterà del tutto oscuro e sottoesposto, privo cioè della benché minima indicazione.
Ogni film possiede una sua latitudine di posa; quella delle pellicole negative, B/N e colore, è ben più vasta di quella delle diapositive. Una differenza poi esiste fra le pellicole a bassa sensibilità che,con un contrasto complessivo più forte, dispongono di una inferiore latitudine di posa, e le pellicole caratterizzate da una maggiore sensibilità . Appunto per utilizzare la loro maggiore latitudine di posa, molti fotografi di moda usano le macchine fotografiche digitali per le loro riprese; il risultato è un’immagine più morbida. Se poi è necessario incrementare il contrasto è sufficente rivolgersi ad un software di fotoritocco.
Alcuni fotografi ancora oggi invece preferiscono riprendere con la pellicola perchè, dal punto di vista didattico, è più formativa; inoltre ritengono che sia migliore nella resa dell’incarnato, nella abilità di definire il dettaglio e specialmente tenga meglio nel controluce, io sono d’accordo solo per la parte “didattica”, il non vedere il risultato on-the-fly ed il dover essere precisi aiuta molto chi sta imparando a fotografare, tanto è vero che nei corsi fotografici che tengo la prima cosa che faccio è cosegnare una fotocamera con pellicola per valutare il livello degli allievi, solamente in seguito possono cominciare ad usare le loro apparecchiature digitali, con la consapevolezza di sapere bene quello che stanno facendo.
Impiegando una diapositiva da 100 ISO, generalmente la pellicola non assorbe più di due o tre stop di differenza tra le aree chiare e quelle scure. Al di là tali valori, sull’immagine incominciano ad apparire zone di sovra o sotto esposizione, e quindi senza particolari. L’analisi della luce di un set deve essere pertanto fatta tutte le volte con un esposimetro, meglio se provvisto di analisi della luce incidente per apprezzare fedelmente sul soggetto la caduta di luce delle zone in ombra nei confronti di quelle illuminate.
Il set
Faccio l’esempio di un set che dispone di due fonti d’illuminazione: un ampio bank messo di fianco rispetto al soggetto, e un’altra fonte di luce costituita da un ombrello bianco in posizione alta e più frontale relativamente a quella del bank. La luce dell’ombrello ha scopo di riempimento e di compensazione del contrasto dell’immagine.
Il bank ai lati difatti, se da una parte crea un effetto di tridimensionalità del soggetto, d’altra parte genera un illuminazione di forti contrasti. L’ombrello viceversa, consente di abbassare il contrasto generale e di illuminare il lato in ombra del soggetto, pur conservando il gioco di chiaro-scuro.
Fra la zona più illuminata e quella meno illuminata abbiamo una caduta di luce intorno a due diaframmi, una differenza che tuttavia diminuisce dato che s effettueremo una sovraesposizione complessiva di circa uno stop rispetto al dato indicato dall’ esposimetro. Ragione di questa decisione è l’intenzione di restituire in maniera più dolce la carnagione del soggetto, che diversamente risulterebbe troppo densa, con i difetti in risalto.
Questo schema di luce determina una illuminazione più forte sulla zona del soggetto esposta alla luce principale (bank), con un calo progressivo sul lato meno illuminato. Il fondo non sarà precisamente bianco, ma debolmente grigiastro, per l’ inevitabile calo di luce.
E’ quindi un set alquanto conveniente e pratico, particolarmente se si dispone di poche luci o di una sala di posa non tanto ampia.
Si potrebbero applicare anche delle piccole varianti impiegando per esempio dei pannelli neri o bianchi posizionati sul lato opposto delle luci. Se si adoperano dei pannelli bianchi la schiarita della zona non illuminata evidentemente sarà maggiore. L’inclinazione del viso, la postura del corpo e la distanza del soggetto dalle luci sono altre varianti, che tuttavia devono essere sperimentate misurando accuratamente l’esposizione. Se per esempio iI soggetto si avvicina al bank la sovraesposizione del lato illuminato della figura sale e comprensibilmente diventa più scura la zona non illuminata; quindi dovremo regolare l’ apertura del diaframma del nostro obiettivo per evitare la sovraesposizione.