Archivio di settembre 2010

Un grado più in alto nella scala della fotografia in confronto ai telefoni cellulari con fotocamera, si mette una ampia gamma di macchine fotografiche digitali compatte attualmente sul mercato. Queste possono variare dai modelli economici, di base, sino alle “super” compatte, colme di funzioni, fortemente specializzate e di conseguenza costose. le compatte più semplici normalmente possiedono uno zoom ottico 3x e molto spesso non possiedono un mirino separato o una selezione per la messa a fuoco manuale. Permettono determinate modalità  di scatto ,”standard” come la “sport”, “paesaggio” e “ritratto”.


In ogni caso, anche utilizzata da colui che non possiede in pratica nessuna esperienza, la maggior parte degli apparecchi “inqua dra e scatta” possono realizzare foto delle vacanze che potrebbero essere stampate fino al formato cartolina. All’altra estremità  della gamma, esistono fotocamere compatte che hanno sensori da 12MP, zoom ottici 15x, una ampia disponibilità  di modalità  di scatto, l’override manuale, scatti in serie (che permettono di riprendere dalle tre alle cinque immagini al secondo), lo stabilizzatore d’immagine e così via. Adoperate in maniera appropriata, gueste supercompatte possono fare fotografie all’ altezza di quelle delle Reflex digitali.

Considerato che la risoluzione standard del video di un computer può essere o di 72ppi (Windows) o di 96ppi (Machintosh) le fotografie della macchina fotografica digitale che vanno visualizzate a video potrebbero essere impostate a una risoluzione di 72ppi o a 96ppi (molto basse per la stampa), apparendo pur sempre come foto con toni continui, quando sono visualizzate su un monitor.


Per quello che concerne le misure dell’immagine, ne deriva che con una risoluzione del monitor impostata a 800 x 600 pixel, l’immagine della fotocamera dovrà  essere soltanto di 800 x 600 pixel per adattarsi completamente allo schermo.


Badate bene, questo vale solo e soltanto se intendete utilizzare le immagini che state realizzando per ottenere prodotti diversi dalla stampa. Niente e nessuno potrà mai aumentare le dimensioni di un’immagine piccola, mentre sarà sempre possibile diminuire quelle di una grande.


Per questo motivo io preferisco sempre realizzare le mie foto a risoluzioni relativamente elevate, lasciando poi la scelta delle dimensioni definitive in post-produzione. Non si sa mai che fine debba fare in futuro un immagine, per questo motivo preferisco archiviare le immagini ad una risoluzione adeguata anche per una futura stampa.

Un set semplice che consente di utilizzare i chiaro-scuro per dare profondità  all’immagine e restituire l’oggetto in modo plastico.


Attraverso la sua riproduzione bidimensionale, la fotografia è più vicina alla pittura che non alla osservazione della realtà , come la osserviamo ogni giorno. Noi difatti possediamo una percezione tridimensionale della realtà , dato che i due occhi ci consentono di compiere una duplice “scansione” della medesima immagine, da due punti leggermente diversi. Grazie a tali dati, il nostro cervello ricompone la scena in tre dimensioni, anche quando l’illuminazione è piatta.


La fotografia invece, visto che sarà immagazzinata su un supporto a due sole dimensioni, necessita di una’ attenta illuminazione in grado di regalare volume al soggetto o, se preferiamo, di generare dei chiaro-scuro decisamente necessari alla simulazione della terza dimensione.


Per capire meglio la questione possiamo paragonare la foto di una faccia a quella di un cilindro; in questo modo è più semplice comprendere che, se desideriamo renderlo in maniera diversa dall’immagine piatta di un rettangolo, dovremo illuminarlo con una luce sfumata.


Un volto, o un oggetto, hanno generalmente l’assoluto bisogno  di zone d’ombra per una loro giusta rappresentazione, diversamente il risultato è piatto. Esistono però situazioni nelle quali è esattamente questo quello che il fotografo desidera raggiungere, ed è per esempio il caso della fotografia di Beauty, nella quale si cerca una interpretazione essenziale dei tratti del volto e del make-up impiegato.


Volendo comporre un gioco di luci ed ombre per dare tridimensionalità  al soggetto è necessario prestare notevole attenzione anche all’ estensione della latitudine di posa della pellicola. Se per esempio illuminiamo un volto da una parte, ma lasciamo completamente in ombra la zona opposta, quest’ultima sulla pellicola risulterà  del tutto oscuro e sottoesposto, privo cioè della benché minima indicazione.


Ogni film possiede una sua latitudine di posa; quella delle pellicole negative, B/N e colore, è ben più vasta di quella delle diapositive. Una differenza poi esiste fra le pellicole a bassa sensibilità  che,con un contrasto complessivo più forte, dispongono di una inferiore latitudine di posa, e le pellicole caratterizzate da una maggiore sensibilità . Appunto per utilizzare la loro maggiore latitudine di posa, molti fotografi di moda usano le macchine fotografiche digitali per le loro riprese; il risultato è un’immagine più morbida. Se poi è necessario incrementare il contrasto è sufficente rivolgersi ad un software di fotoritocco.


Alcuni fotografi ancora oggi invece preferiscono riprendere con la pellicola perchè, dal punto di vista didattico, è più formativa; inoltre ritengono che sia migliore nella resa dell’incarnato, nella abilità  di definire il dettaglio e specialmente tenga meglio nel controluce, io sono d’accordo solo per la parte “didattica”, il non vedere il risultato on-the-fly ed il dover essere precisi aiuta molto chi sta imparando a fotografare, tanto è vero che nei corsi fotografici che tengo la prima cosa che faccio è cosegnare una fotocamera con pellicola per valutare il livello degli allievi, solamente in seguito possono cominciare ad usare le loro apparecchiature digitali, con la consapevolezza di sapere bene quello che stanno facendo.


Impiegando una diapositiva da 100 ISO, generalmente la pellicola non assorbe più di due o tre stop di differenza tra le aree chiare e quelle scure. Al di là tali valori, sull’immagine incominciano ad apparire zone di sovra o sotto esposizione, e quindi senza particolari. L’analisi della luce di un set deve essere pertanto fatta tutte le volte con un esposimetro, meglio se provvisto di analisi della luce incidente per apprezzare fedelmente sul soggetto la caduta di luce delle zone in ombra nei confronti di quelle illuminate.


Il set


Faccio l’esempio di un set che dispone di due fonti d’illuminazione: un ampio bank messo di fianco rispetto al soggetto, e un’altra fonte di luce costituita da un ombrello bianco in posizione alta e più frontale relativamente a quella del bank. La luce dell’ombrello ha scopo di riempimento e di compensazione del contrasto dell’immagine.


Il bank ai lati difatti, se da una parte crea un effetto di tridimensionalità  del soggetto, d’altra parte genera un illuminazione di forti contrasti. L’ombrello viceversa, consente di abbassare il contrasto generale e di illuminare il lato in ombra del soggetto, pur conservando il gioco di chiaro-scuro.


Fra la zona più illuminata e quella meno illuminata abbiamo una caduta di luce intorno a due diaframmi, una differenza che tuttavia diminuisce dato che s effettueremo una sovraesposizione complessiva di circa uno stop rispetto al dato indicato dall’ esposimetro. Ragione di questa decisione è l’intenzione di restituire in maniera più dolce la carnagione del soggetto, che diversamente risulterebbe troppo densa, con i difetti in risalto.


Questo schema di luce determina una illuminazione più forte sulla zona del soggetto esposta alla luce principale (bank), con un calo progressivo sul lato meno illuminato. Il fondo non sarà  precisamente bianco, ma debolmente grigiastro, per l’ inevitabile calo di luce.


E’ quindi un set alquanto conveniente e pratico, particolarmente se si dispone di poche luci o di una sala di posa non tanto ampia.


Si potrebbero applicare anche delle piccole varianti impiegando per esempio dei pannelli neri o bianchi posizionati sul lato opposto delle luci. Se si adoperano dei pannelli bianchi la schiarita della zona non illuminata evidentemente sarà  maggiore. L’inclinazione del viso, la postura del corpo e la distanza del soggetto dalle luci sono altre varianti, che tuttavia devono essere sperimentate misurando accuratamente l’esposizione. Se per esempio iI soggetto si avvicina al bank la sovraesposizione del lato illuminato della figura sale e comprensibilmente diventa più scura la zona non illuminata; quindi dovremo regolare l’ apertura del diaframma del nostro obiettivo per evitare la sovraesposizione.

Il contrasto di una immagine è ridotto dalla diffusione di raggi di luce sulla superficie delle lenti. Le vie per combattere questo fenomeno sono due: agevolare la trasmjssione di luce attraverso le lenti medesime, cosa che viene attuata perfezionando gli strati antiriflesso depositati sulle lenti (multicoating), oppure provare a impedire ai raggi di luce di arrivare alle lenti. Questo secondo intento viene conseguito verniciando in nero, magari in vellutino nero, la parte interna del corpo ottica, oppure addirittura montando un adeguato diaframma molto “aperto”, in sostanza una corona frangiluce denominata “flare cutter”, in posizione opportuna fra le lenti. È una risoluzione, quest’ultima, alquanto drastica ma in alcuni casi applicata particolarmente su obiettivi ad elevata luminosità.

Forse è arduo affermare che la rivoluzione accaduta nell’obiettivo sia come quella accaduta per il corpo macchina, ciononostante sono stati spesi molti soldi per lo sviluppo della sua tecnologia.


Alla fine del secolo scorso, se taluno avesse affermato di poter fabbricare un ottica che copriva un estensione di zoom da 28-300mm, che pesava meno di 500g, che produceva risultati discreti con tutta la sua portata di lunghezza focale ed aveva la capacità  di mettere a fuoco per di più entro 0.5m, nessuno lo avrebbe preso sul serio.


Eppure questi obiettivi ci sono. Gli obiettivi moderni risultano più leggeri, più nitidi, mettono a fuoco più velocemente e tendono di meno a generare la luce parassita di quanto non accadesse in passato. Se ci si somma il fatto che numerosi adesso dispongono di sistemi di stabilizzazione d’immagine (o riduzione di vibrazione) che permettono di tenere una macchina fotografica in mano impiegando tempi di posa bassi sino ad 1/15 sec, continuando ad avere fotografie nitide, si potrebbe serenamente asserire che i fotografi non hanno mai avuto vita talmente semplice.


Ineluttabilmente, questa tecnologia costa cara. Esistono obiettivi sul mercato attualmente che costano quanto una macchina fotografica compatta una stampante, un computer e tutto il software necessario per manipolare le fotografie messe assieme.

Le fotocamere compatte hanno evidentemente dei notevoli pregi in termini di semplicità d’uso e di praticità tuttavia hanno alcuni aspetti negativi, non correlati al costo dell’apparecchio. Il primo della lista è certamente l’eterno problema del rumore. Non si sfugge al fatto che, in tante condizioni, il rumore apparirà ben visibile in fotografie realizzate tramite sensori ridotti con photositi piccoli, e tutte le fotocamere compatte, per loro costituzione, dispongono di sensori piccoli e photosite piccoli.


Il secondo grattacapo con questo tipo di sensori è il campo di applicazione dinamico ristretto, cioè la abilità  di rilevare il particolare in zone d’ombra o di troppa luce. Rispetto ai sensori grandi, quelli piccoli tendono a lasciare più nere le ombre e più bianche quelle con troppa luminosità. Il prossimo ed ultimo difetto ultimo di cui parlerò potrebbe essere più evidente ai fotografi che passano dalla pellicola alle digitali compatte.


La prima cosa che tante persone notano, è il tempo che utilizza la fotocamera digitale per scattare realmente l’ immagine dopo che è stato premuto il bottone di scatto si nota come “ritardo dell’ otturatore”, il ritardo è causato dalla messa a fuoco della macchina fotografica che deve impostare la corretta esposizione, e in seguito “caricare” il sensore per accingersi a prendere l’immagine. In certe compatte basic ci possono volere fino a 0,5 secondi, certe volte sufficienti a far perdere uno scatto singolare, in maniera particolare se un’ espressione di un volto oppure una posa di un soggetto.


Benefici


D’altronde, numerose delle fotocamere compatte più evolute avendo un ritardo alquanto esiguo, forniscono stampe fotografiche A4 o maggiori di ottima qualità e danno al fotografo con superiore esperienza un controllo manuale per fotografie più creative. Oltre a ciò, numerose fotocamere compatte hanno la possibilità di eseguire brevi riprese video di buona qualità , anche con il suono. Queste funzioni, combinate al costo relativamente piccolo ed al fatto che molte persone preferiscono mettere una piccola fotocamera in tasca anziché che portare dietro una borsa con un’attrezzatura voluminosa, sono le cause per cui si vendono più compatte di qualsiasi altra macchina fotografica digitale.


Prima di selezionare un modello, analizzate le vostre esigenze . Una fotocamera reflex risulterà esagerata se ci si vuole solo divertire un po’, se si vogliono eseguire veloci foto in villeggiatura ed inoltre può attirare attenzione indesiderata; una compatta, malgrado ciò, raramente produrrà  foto panoramiche mozzafiato in A3.

Colorimetri o spettrofometri?


Per effettuare la calibrazione e la profilazione si utilizzano adeguati strumenti. Si tratta di sonde in grado di interpretare il colore, con programmi che alla fine delle misurazioni impostano al meglio le periferiche e ne tracciano il profilo, salvandolo. I monitor adoperano di frequente colorimetri economici, operanti per filtratura, adeguati a necessità amatoriali. Gli spettrofotometri sono strumenti più complessi e costosi ma anche più precisi, in grado di leggere la composizione spettrale di un colore, sia emesso (monitor) che riflesso (stampante). Ci sono programmi, frequentemente gratuiti, che permettono di calibrare e profilare uno schermo sulla base della semplice osservazione visiva, con campioni generati a monitor. I risultati sono però soggettivi e non sono in grado di offrire l’affidabilità  necessaria per un flusso di lavoro orientato alla qualità .

Tutte le fotografie digitali sono costituite da piccolissimi blocchi chiamati ,”pixel” (elementi dell’ immagine). Un unico pixel ha le informazioni che gestiscono il suo colore, l’intensità  di quel colore e la luminosità  del pixel stampato o su display.


Tali caratteristiche sono definite abitualmente come i valori HSB ,(Hue Saturation Brightness) del pixel, cioè Tonalità , Saturazione e luminosità; la stragrande maggioranza delle immagini digitali sono composte da milioni di pixel che non sono abitualmente visibili ad occhio nudo, pertanto quando guardiamo un’immagine digitale percepiamo il leggero e progressivo cambiamento di luce e ombra, tono e colore come dei passaggi delicati, o “toni continui” . Il numero di pixel dell’immagine determina la risoluzione dell’ immagine (quanti dettagli racchiude): più pixel ha, maggiore sarà la risoluzione. Il numero dei pixel fa riferimento anche alle misure massime di stampa, perchè maggiori sono i pixel più sono grandi le misure di stampa che si possono ottenere senza perdita qualitativa


E’ per Tale motivo che la risoluzione è uno dei fattori fondamentali alla base della qualità  delle fotografie digitali, ma, come abbiamo vieto e vedremo nuovamente in seguito, il numero dei pixel dell’immagine non sarà assolutamente il solo fattore.

ED, UD, SLD ed altre sigle


Sono numerose, e differenti, le sigle che appaiono sulle ottiche fotografiche. Tra loro talune, vedi anche l’articolo sull’ aberrazione cromatica, indicano che sono stati utilizzati vetri speciali. I ricercatori dei reparti di progettazione ottica hanno difatti definito numericamente alcune specifiche basilari che risultano utilissime in un ottica.


In particolare, sono preziosi, per risolvere problemi di progetto, i vetri caratterizzati da un elevato indice di rifrazione, a causa della possibilità che permettono di piegare tanto il raggio che li percorre anche senza appellarsi a superfici a forte curvatura, che tuttavia allo stesso tempo non hanno una dispersione cromatica troppo alta, cioè non accentuano troppo l’ effetto di iridescenza in presenza di luci dai colori differenti. Ogni costruttore ha elaborato, in questo campo, una propria soluzione ed una propria sigla: Ultralow Dispersion, Extralow Dispersion, Super Low Dispersion e così via.

Un obiettivo con zoom di una compatta viene definito abitualmente 3x, 5x, o 10x. Uno zoom 5x significa che quando l’obiettivo sarà impostato al massimo l’oggetto apparirà  cinque volte più grande di quando la regolazione sarà quella minima.


Gli obiettivi con zoom di una Reflex digitale usano la lunghezza focale – dal grandangolo (es. 35mm) al teleobiettivo (es. 105mm). Si possono inoltre trovare tra le regolazioni dell’apparecchio “zoom digitali” dai valori molto elevati, ma visto che lo zoom è ricreato artificiosamente dal software dell’apparecchio, è preferibile evitarlo, perchè generalmente, più utilizzate lo zoom digitale più rovinate l’immagine finale.

Dall’avvento della macchina fotografica digitale, i costruttori, ed in parte pure i periodici di fotografia ed i siti internet, erano ossessionati dalla prestazione dei componenti interni delle fotocamere, specialmente i sensori ed il numero dei pixel.


Non avremmo potuto dare torto a colui che, novizio della fotografia digitale, avesse pensato che la qualità  della foto dipendeva soprattutto dal numero di pixel ammassati all’interno del chip. Per tanti versi non c’è da sorprendersi, vista la relativa novità della tecnologia e la quantità  di denaro spesa nella ricerca e sviluppo in quel determinato settore della fotografia digitale. Malgrado ciò, i fotografi più esperti sanno benissimo che la fissazione per il numero dei pixel è un finto dilemma.


Laddove i sensori sono un elemento essenziale del puzzle della macchina fotografica, dato che rappresentano la parte che registra l’immagine e devono poter registrare una gamma dinamica quanto più vasta possibile, il più speditamente possibile, molti sostengono che l’obiettivo che raccoglie: l’informazione della luce è altrettanto fondamentale, se non in maniera superiore.

L’apertura di diaframma massima di un ottica, comunemente, sarà scritta o sul barilotto o sulla parte anteriore dell’obiettivo. Per esempio, un ottica con apertura massima di f/2.8 avrà impresso1:2.8.


Per le ottiche con zoom, il più delle volte sarà riportata la variazione di apertura, come 1 :4-5.6. Questo segnala che con la lunghezza focale più corto, come 70mm ad esempio, l’apertura arriverà  ad f/4, mentre ad una lunghezza focale superiore dello zoom, come 300mm, l’apertura massima sarà diminuita a f/5.6. Tali numeri sono fondamentali perchè indicano quanto sia luminoso un obiettivo: più ampia la capacità  di apertura del diaframma, più luminoso sarà  la sua ottica.


In altri termini, con le medesime condizioni di luce un ottica con apertura massima di f/2.8 permetterà  tempi di posa più rapidi, raggiungendo sempre una giusta esposizione, in confronto a un ottica “meno luminosa a f/4. Più luminosa è l’obiettivo maggiore è il controllo creativo del fotografo, grazie ad un numero più alto di combinazioni di esposizione con otturazione/apertura di diaframma. Questo conduce ad un superiore dominio sulla profondità  di campo e sul tempo di posa.

Ogni macchine fotografica digitale ha necessità di una scheda di memoria. Si possono trovare in diverse forme e dimensioni, in base al costruttore ed al modello, ma presentano tutte uno spazio di memoria calcolato in megabyte (MB) o gigabyte (GB) Se comperate una macchina fotografica digitale per la prima volta, sarebbe giusto investire in una scheda di memoria capace di contenere più foto di quella fornita assieme alla macchina fotografica, così sarà  più difficile finire la memoria prima di dover scaricare le foto e liberare spazio, ciò è fondamentale soprattutto quando siete fuori e non avete con voi l’attrezzatura adatta, quindi sempre meglio premunirsi e non dover essere costretti a smettere di fotografare o, peggio ancora perdere qualche scatto davvero importante.

I photosite registrano l’intensità  della luce, ma non possono diversificare fra luce di differenti lunghezze d’ onda e perciò non sono in grado di registrare il colore. Per produrre un’ immagine a colori, viene collocato un sottile filtro sullo strato dei fotodiodi. Definito Colour Filter Array (CAF) il filtro è un mosaico di quadrati rossi, verdi e blu, nei quali ciascuna tessera è situata direttamente sopra un fotodiodo.


Con il CFA, ciascun photosite sarà capace di registrare diverse intensità  di luce rossa, verde o blu. Per realizzare uno spettro di colori pressoché compiuto, il processore della macchina fotografica analizza il colore e l’intensità  di ogni photosite quindi lo confronta con il colore e l’intensità  dei suoi diretti vicini.


In Tale maniera il processore interpola o “valuta”, un colore ben più preciso per ogni pixel. Questo complicato e ricercato processo di interpolazione viene definito “demosaicizzazione” e rappresenta il metodo in cui ogni pixel della fotografia mostra uno dei 16,7 milioni di colori.


Elaborazione e formattazione


Una volta terminata la procedura di interpolazione, l’immagine viene sottoposta ad un’ ulteriore elaborazione, che, per esempio, potrà ottimizzare i colori, ridefinire la luminosità  ed il contrasto, o addirittura rendere l’immagine più nitida in base alle regolazioni dell’apparecchio. Quando queste regolazioni sono state eseguite, le informazioni vengono formattate e passate alla scheda di memoria per essere Immagazzinate.

la facoltà  di adoperare ottiche con lunghezza focale differente, come gli zoom grandangolari 10-20mm, zoom per teleobiettivo 100-300mm o ancora ottiche con lunghezza focale fissa come un obiettivo 60mm macro, permette di sfruttare il medesimo corpo macchina per panorami grandangolari estremi o scatti d’interno, e per primi piani di azioni sportive o di soggetti nel ambiente.


Le ottiche variano parecchio nel costo e nella qualità, e avendo un corpo Reflex si possono mettere assieme diversi obiettivi di ottima qualità , che possono mettere a fuoco maggiori dettagli rispetto agli obiettivi con enormi differenze di focale che vogliono essere sia grandangolo che .teleobbiettivo.

la risoluzione di un’immagine digitale, come già accennato in altro articolo, si misura in pixel per inch (ppi – pixel per pollice). la risoluzione standard per ottenere stampe di qualità eccellente  sarà 300 PPI.


Pertanto, conoscendo il numero di megapixel (milioni pixel) di una fotocamera digitale, sarà molto semplice calcolare le misure di stampa ottimali dell’apparecchio. Per esempio, supponiamo che una macchina fotografica da 6 megapixel (6MP) abbia un sensore 2.816 x 2.112 pixel (6 milioni di pixel in totale). Per conoscere quale sarà la misura migliore di stampa dell apparecchio, è sufficiente dividere 2.816 e 2.112 per 300ppi. Si ottiene 9 112 e 7. Quindi, una macchina fotografica da 6MP sarà capace di fornire stampe fotografiche da 9 112 per 7 pollici (24×18 cm). E’  essenziale tenere presente in ogni caso che 300ppi sarà considerato lo standard di fabbrica ottimale di risoluzione.


In base all’immagine, della fotocamera, della stampante e del formato di stampa desiderato (stampe più di grosse dimensioni vanno guardate da una distanza maggiore), potreste giudicare che una risoluzione di 200ppi (o inferiore) può produrre risultati decisamente accettabili.

Approssimativamente tutte le macchine fotografiche digitali adottano o il sensore CMOS (complementary metal oxide semiconductor), oppure CCD (charge-coupled device) ambedue sono costruiti in maniera simile ed ambedue catturano un’immagine come descritto in queste pagine. La differenza basilare tra i due è la maniera di processare i dati ricevuti da ogni photosite.


In un CCD, ciascuna riga del photosite è collegata o “accoppiata” Dopo che è stata scattata la fotografia, l’entità di carica accumulata da ogni photosite sarà passata riga per riga e letta ad un angolo dell’ apparecchio prima di essere eliminato. I valori in seguito vengono trasferiti ad un secondo chip per la conversione analogico/digitale (ND). In un chip CMOS, ogni photosite ha i propri amplificatori e circuiti, cosicchè l’entità della carica può essere letta direttamente da ciascun singolo photosite prima di essere trasferito direttamente al convertitore AlD.


Ogni modello di sensore ha i suoi benefici e svantaggi. Da sempre i CCD, il tipo più diffuso fra i due, erano i migliori nel raccogliere la luce e di regola producevano fotografie di qualità  superiore, mentre i sensori CMOS rappresentavano i più economici nella produzione e consumavano meno energia. Negli ultimi anni i costruttori dei due sistemi hanno aumentato il proprio impegno per ottimizzare i loro sistemi, e adesso la differenza di funzionamento tra i due è impercettibile.

Il rumore nelle fotografie

Il rumore è¨ sempre presente, ma la percezione di quest’ultimo è diversa
E’ più semplice avvertire il rumore sulle zone uniformi dell’immagine, come nel cielo o sulle ampie campiture. E’ ancora più semplice avvertirlo nel canale del blu e del rosso. Il rumore è¨ superiore nelle fotografie scattate con macchine fotografiche amatoriali, munite di pixel più piccoli (spesso per i sensori più ridotti) e di processori meno performanti. Il rumore si avverte particolarmente laddove il segnale è basso, quindi si nota di più sulle ombre.

E’ possibile ridurre l’ impatto del rumore agendo solo sul canale colore in cui è¨ più evidente. Questo necessita di esperienza. In alternativa la migliore arma è¨ costituita dagli algoritmi messi a disposizione dalla fotocamera.

Capire l’istogramma è come capire il digitale

Che cosa rende speciale il digitale in confronto all” analogico?

Il controllo che si ha sulle fasi dello scatto, prima di eseguire la ripresa. Questo controllo non può tuttavia limitarsi a’ guardare l” immagine sul display, ma merita adoperare l’istogramma, il più corretto mezzo disponibile per valutare la bontà  o meno di un immagine digitale. Almeno in termini di luminosità  e ricchezza dei dati raccolti.

Ogni fotocamera digitali mette a disposizione l’istogramma. Il grafico è osservabile generalmente nelle fasi di revisione dello scatto, certe volte in Live View nel momento della composizione della scena. Limitandosi alla fugace osservazione dello schermo si rischiano viceversa errori di stima, anche a causa della luce esterna.

La matita digitale

Una porzione essenziale dei metadati concerne i dati di ripresa. Al posto del bloc-notes, compare della pellicola, i metadati danno al fotografo digitale un completo lista di dati, per ciascuna immagine, comprensivi del diaframma e del tempo di posa, la focale dell’ obiettivo utilizzata, talora la distanza di messa a fuoco, la sensibilità  Iso ed qualunque altra regolazione di tipo elettronico.

Tutto ciò permette al fotografo di conoscere e ponderare le fotografie scattate.
Il pregio dei metadati Exif è¨ che sono associati allo scatto senza che il fotografo debba fare alcunchè. Possono essere contenuti all’interno dell’intestazione del file (header) e viaggiano congiuntamente all’immagine ovunque essa venga visualizzata. Esistono programmi specifici per la gestione dei metadati che consentono la loro consultazione, l’ organizzazione, la ricerca, iI ritocco e l’esportazione.

Dal bianconero al colore

Ragionando di sensori può apparire inconsueto che l’ aspetto più rilevante della loro struttura sia al loro esterno!

Nella realtà non è esattamente così, ma quasi. Da ciò che abbiamo detto a proposito della struttura del file digitale (è costituito da una serie di coordinate colore) si intuisce l’ importanza del filtro colore, dato che il fotodiodo è¨ monocromatico, nel senso che è sensibile soltanto alla luminosità  dell’ immagine. L’ accorgimento è¨ banale; si antepongono ai fotodiodi dei filtri colorati rossi, verdi e blu, messi come in una scacchiera, che obbligano i singoli fotodiodi a leggere l’intensità  luminosa per il colore del relativo filtro. In seguito l’immagine viene ricomposta fondendo i dati dei singoli pixel.

I benefici di questa scacchiera (filtratura di Bayer) sono numerosi. Innanzi tutto è possibile risalire, seppure parzialmente, alla luminosità  complessiva del punto, dato che si conosce il fattore di assorbimento del filtro. In seconda battuta è¨ semplice descrivere il colore dei pixel permettendo di interpolare le informazioni tra pixel contigui.

Jpeg 2000

Ambizioni mancate

Una variante del Jpeg è il Jpeg2000, elaborato per una più alta compressione, pur con una più alta qualità . Il Jpeg2000 permette di avere fotografie a 16 bit colore per canale e per la compressione approfitta della presenza di aree di colore omogeneo dentro al file. Sfortunatamente è¨ assoggettato a diritti di utilizzo che ne hanno impedito la divulgazione su ampia scala.

L’ Impronta matematica – Il colore nace dai numeri

L’interpolazione delle informazioni colore (demosaicizzazione) del filtro di Bayer consente di ricreare l’ immagine attraverso algoritmi molto evoluti, che sanno decifrare le informazioni e ad assegnare il colore giusto a ciascun punto.

E’ pur vero che, avendo disponibili per ciascun elemento un unica componente di colore (rosso, verde, blu) l’ effetto finale non sarà  statisticamente discreto e sarà  contraddistinto da un piccolo calo di nitidezza rispetto alla ripresa in bianco e nero.

Oltre a ciò si creano tipici artefatti colore. Malgrado questo i sistemi di demosaicizzazione producono una qualità  notevole; in ciò sono di supporto le sempre più alte risoluzioni dei sensori che rendono possibile l’interpretazione di gruppi di pixel come fossero un singolo punto colore.

La ragione per cui il filtro di Bayer prevede due pixel verdi per ciascuna accoppiata rosso e blu va cercata nel nostro sistema visivo, ben più sensibile al verde. Una prova ci viene anche dal diagramma di cromaticità  del CIE, che destina ai giallo-verdi una’ zona più vasta nei confronti delle altre tonalità .

Colore reale, colore che piace

Il colore di una’ fotografia dipende sia dal sensore della macchina fotografica che acquisisce le informazioni, sia dal processore interno che li elabora, iniziando dal bilanciamento del bianco e dagli stili colore. Il filtro a mosaico (Bayer) evidenzia una prima pecca sull’ attendibilità  complessiva delle informazioni raccolte dal sensore. Pure l’ obiettivo e le microlenti del sensore creano aberrazioni cromatiche.

Da ultimo le correzioni effettuate dal fotografo durante la ripresa si rivelano frequentemente non oggettive, prese senza usare strumenti di controllo; perciò è bene ricorrere al formato Raw, che permette di modificare in post-produzione alcuni dei parametri principali. Un aiuto è apportato dalle mire colore (Color Checker o simili) che si mettono nel fotogramma per disporre di riferimenti sicuri in fase di rettifica.

La fotografia, eccetto quella scientifica o documentale, non è mai stata oggettiva. Il bianconero per primo è davvero molto lontano dal reale. Anche le pellicole a colori non erano selezionate per la loro asettica imparzialità . La stessa cosa avviene in digitale: non è d’obbligo ricercare la totale equivalenza al vero; un esempio per tutti è la fotografia di food (cibo), dove un corretto bilanciamento del bianco da fotografie inguardabili, più consone a canoni ospedalieri che non alla buona tavola.

Attenzione alla posterizzazione – Rigidità  è semplicità 

Muovendo i cursori abbinati ai Livelli si modifica il contrasto della’ foto, però esagerare può significare distendere l’immagine sino a farla posterizzare, o rimuovere tonalità  fondamentali. Per questa causa, nel momento in cui si lavora sui Livelli è conveniente mantenere sotto controllo l’istogramma dell’ immagine.
I più evoluti software di fotoritocco permettono di effettuare le modifiche non immediatamente sull’ immagine, piuttosto su adeguati strati di regolazione che sono rimossi o modificati disgiuntamente dall’ immagine originaria.